Carlo di Borbone e Raimondo di Sangro: un’amicizia “reale”

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Anno 1734. A Napoli giunge un nuovo sovrano, è l’anno in cui Napoli, grazie a Carlo di Borbone, diviene nuovamente capitale di un regno autonomo, anche se dipendente dalla Spagna. La prima cavalcata del Re in città lo porta dritto al Duomo dove, alla presenza del cardinale Pignatelli, il Tesoro della Cattedrale riceve in dono dal re un gioiello di diamanti e smeraldi del valore di seimila ducati. In quel momento, come ricorda lo Schipa, il patrono diede segno di gradire sia l’omaggio che il nuovo corso, perché immediatamente il sangue di San Gennaro si sciolse.

   Anno 1730. Raimondo di Sangro duca di Torremaggiore e VII principe di Sansevero prende possesso del palazzo napoletano di famiglia sito in Piazza San Domenico Maggiore. Inventore, eccellente e insaziabile studioso, stratega militare e aspirante alchimista, il giovane Raimondo è tanto diverso dai nobili suoi coetanei attratti da feste e intrighi di potere, immersi nei giochi della politica.

L’attrazione mentale tra il principe e il re è quasi immediata a voler gudicare dalla serie degli avvenimenti che la storia ci tramanda: nel 1738 Raimondo riceve il sommo onore di entrare a far parte del Real Ordine di San Gennaro che re Carlo ha appena fondato con lo scopo principale di riunire i migliori titolati d’Europa nel comune intento della fedeltà reciproca e della difesa della religione cattolica. Ancora oggi a ricordo di questo avvenimento si può ammirare tra la pletora di simboli scolpiti che affastellano il fastigio del monumento funebre del Principe di Sansevero, nella omonima e celebre Cappella, la collana dell’Ordine si San Gennaro che ciascun membro indossava sulla spalla destra.

Per parte sua Raimondo appronta le invenzioni apparentemente più futili, ma geniali e profondamente gradite al re, come la  cappa impermeabile costituita da un inedito materiale idrorepellente che consente al re di andare a caccia, terapeutica passione del giovane sovrano, senza temere il fastidio della pioggia. Nel 1739 Raimondo realizza per il re l'”archibuso”, uno speciale fucile in grado di sparare sia a salve che con polvere da sparo.

Un rapporto di stima reciproca si trasforma ben presto in fiducia profonda quando nel 1742 Carlo di Borbone nomina Raimondo Gentiluomo di Camera con il privilegio di custodire le chiavi degli appartamenti reali.

Una fiducia ben riposta perché sarà proprio il principe Raimondo a determinare le sorti del Regno di Napoli, tramutandosi nell’uomo del destino. Nel 1744 con la battaglia di Velletri, in cui Raimondo di Sangro dirige il reggimento della Capitanata e mette a servizio del Regno il suo provvidenziale ingegno tattico. Gli austriaci sono definitivamente sconfitti.

Quella tra il Re e il principe sembrerebbe un’amicizia imperturbarbile, sigillata dal motto del Real Ordine di San Gennaro “in sanguine foedus”, unita nel sangue e in nome di esso,  ma per una combinazione di circostanze  con due mosse avventate il principe incrinerà presto la stima  di Carlo di Borbone.

Il suo ingresso nella setta della Libera Muratoria lo espone alle critiche dei padri gesuiti che prontamente informano papa Benedetto XIV di ogni possibile attentato alla Chesa Cattolica: Carlo viene informato a sua volta e i rapporti con Raimondo si fanno tesi. A complicare ulteriormente la situazione interviene il sospetto che circonda l’opera edita dal principe, la Lettera Apologetica.

A nulla serve la Supplica scritta in difesa del suo scritto, apologia di pugno del principe per convincere il papa Benedetto XIV della assenza di riferimenti cifrati e messaggi in codice contro la Chiesa.

Un libro sbagliato scritto nel momento meno opportuno. Quello in cui il clima del sospetto aveva spinto re Carlo di Borbone, incalzato dal papa e dai provvidi e zelanti gesuiti, a emanare un editto di condanna della Massoneria, loggia della quale il principe di Sansevero era divenuto ormai Gran Maestro Venerabile.

Le tracce si fanno labili, la trama si sfilaccia e poco altro sappiamo sull’evoluzione del rapporto tra due degli uomini che fecero la Napoli dei lumi. Rintracciamo poco più che un dono, ammirabile nella sagrestia della Cappella Sansevero, una dolce Madonna con Bambino con dedica sul retro:  “All’augustissimo Carlo, re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma e Piacenza, gran principe ereditario di Toscana, inclito protettore delle belle arti, suo signore, Raimondo di Sangro, principe di S. Severo, primo inventore della dipintura colle cere colorate a tempera, questo primo saggio dona, dedica e consagra”.

Due anni più tardi , nel 1759, Carlo lasciava Napoli per sedersi sul trono di Spagna.

 

autore: Pamela Palomba

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